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lunedì 21 luglio 2014

390° Festino di Santa Rosalia


La Santuzza sfila per le vie di Palermo

Al festino di quest’anno sono state stimate circa 300mila presenze, una quantità di persone impressionante, ed in effetti, noi che c’eravamo, abbiamo vissuto la lunga marcia del carro della Santuzza come fossimo sardine in un mare ed in preda alla corrente. Un mare di gente in movimento e le vie del centro bloccate dal traffico, non d’auto però, parlo di traffico pedonale.
Un continuo brillare di flash, un vocio festante e incessante, la storia di Rosalia narrata sulle mura della Cattedrale e dai ballerini, le comparse e i figuranti sui diversi carri a rappresentare le scene di una vita che è divenuta narrazione leggendaria. Il festino 2014 è stato belo e sobrio, elegante e composto, pur nell’esagerazione della folla di partecipanti, in più è stato realizzato “in economia” grazie (forse!) alle parole di forte ispirazione di Papa Francesco: “una chiesa povera per i poveri”.
Come ormai saprete, almeno chi mi segue da un po’, per me e il buongustaio è divenuta tradizione quella di goder del festino ogni 14 luglio e da quando siamo sposati (ovvero dal 2010 in poi) non ne abbiamo perso uno, tant’è che ho già mostrato l’evolversi della festa che dal 2010, festino dai carri siciliani tradizionali, passa ad un 2012, per un festino dedicato alla Palermo multietnica, ed al successivo 2013, in un festino dedicato al futuro, ovvero ai più piccoli.
Il festino 2014 è stato dedicato alle donne, al femminile sia la rappresentazione sul carro, quasi tutti i ballerini e i figuranti erano donne, sia il gruppo che ha trainato il carro dalla Cattedrale e lungo il Cassero fino al mare; scelta fatta sia per rimarcare il ruolo della donna nella società, a tutti i livelli, che il loro impegno e la presenza in vari settori produttivi, motore di quella grande macchina che muove l’economia.

lunedì 15 luglio 2013

389° Festino di Santa Rosalia – il Festino 2013

Il festino 2013 è “dedicato a chi fa il futuro”

raccontato solo in fotografia, dopo aver percorso insieme, qui su pecorella, il festino targato 2010 e quello dello scorso 2012, ecco per voi scatti di attimi vissuti nella serata di ieri al 389° Festino di Santa Rosalia

bisogna arrivare con netto anticipo, se si vuol parcheggiare comodamente

alle 19 la marina e il cassaro sono ancora quasi deserte e le strade aperte al traffico

le bancarelle si preparano a vendere di tutto

…e iniziano le prime richieste alla Santuzza

la banda si “riscalda” e la risalita verso la Cattedrale continua

Cattedrale che sembra ancora immersa nella pace

mentre i tamburi accompagnano la dipartita del sole



quando cala la sera, la folla riempie le strade e la festa comincia





la Cattedrale si accende, il coro gorgheggia e la musica inonda il piano della chiesa

di mille e mille luci si accende

e attende di salutare la Santuzza che inizia la sua discesa verso il mare

luci puntate, di un rosso passione

e il carro parte scivolando sul mare di folla


“dedicato a chi fa il futuro”, ovvero i più piccoli ed eccole alcune delle bambine di Rosalia

. quando Rosalia arriva ai quattro canti, tutti i telefonini sono rivolti al carro

il sindaco sale, onora la Santuzza con un mazzo di rose poi parte l’urlo corale


vi ricordate del cassero (Corso Vittorio Emanuele) solo poche ore prima? Appariva semi deserto

intanto alla marina si mangia… e si attende

e solo dopo aver varcato Porta Felice

al Foro Italico scoppia il saluto alla Santuzza che se ne va

quando i giochi pirotecnici decretano il finale della festa

martedì 27 novembre 2012

Le vie del gusto: Castelvetrano e il suo oro, l’olio extra vergine d’oliva


Per le vie del gusto L’olio novello, stillato al frantoio:
Sono una decina, se non di più, i frantoi che ogni anno – in questo periodo e atteso il primo vero freddo autunnale – aprono i battenti e accolgono quintali di olive destinate alla produzione di olio extra vergine (il così detto, termine molto amato da noi food blogger, olio EVO).
Un olio così naturale da sembrare smeraldo, nel colore, da profumare l’aria nei dintorni di questi imponenti caseggiati – i frantoi – da farsi assaporare, a filo, sul pane nero: altra specialità in quel di Castelvetrano.
Nella provincia di Trapani, a pochi passi da un mare da bere – San Vito lo Capo ne è dimostrazione - e da una delle aree archeologiche più note in Sicilia – il parco archeologico di Selinunte – la valle del Belice si estende tra ettari di terreno coltivati ad ulivi, tra cui il nocellara oggi marchio D.O.P., che raccolgono, unite nelle intenzioni, le diverse frazioni di questa vallata: Castelvetrano, Partanna, Gibellina, Camporeale, Santa Ninfa, Salemi, alcune delle cittadine che l’olio extra vergine d’oliva, il gusto vero di un cibo così pregiato, lo conoscono da sempre.


A Castelvetrano sono forse più di dieci i frantoi che lavorano accogliendo produttori e consumatori; ogni anno, dall’inizio di novembre, è possibile fermarsi sulla soglia di uno di questi caseggiati e contrattare il prezzo dell’olio direttamente dagli agricoltori. Loro, i produttori, si rivolgono al frantoio per lavorare le loro olive, ricavare l’olio, vendono poi al frantoio stesso l’eventuale eccesso d’olio (quello non utile alle loro strette necessità e che resta invenduto alla clientela diretta) e perfino la sansa – materiale di esubero della lavorazione delle olive, che non si scarta, viene invece destinato ad ulteriori lavorazioni. I frantoi macinano olive giorno e notte, ininterrottamente dall’inizio della raccolta fino all’ultima stilla, mentre i produttori portano lì il frutto del loro lavoro, mostrano orgogliosi il processo di lavorazione a chi si mostra interessato – come me, il mio buongustaio e l’obbiettivo della nostra macchina fotografica - raccontano di una vita dura, quella dei campi lo è davvero, eppure la voglia di non perdere le tradizioni, di tramandare il gusto di un condimento che talvolta diviene companatico: ottimo l’olio a crudo direttamente sul pane, chi di noi non lo ha mai provato (!?), per un pasto frugale e nutriente.


Arriva la partita d’olive, trasportata con appositi automezzi, ed inizia la coda al frantoio in attesa di poter macinare. Intanto i produttori vengono avvicinati dagli avventori – taluni saltuari, altri ormai abituali come mio padre che ogni anno, ormai da diverso tempo ormai, acquista l’olio evo a Castelvetrano – e si contratta il prezzo dell’olio venduto al chilogrammo.
Le olive vengono dunque introdotte all’interno del processo di lavorazione: una prima vasca che serve a separare le foglie, poi le olive vengono lavate ed ancora trasportate, con apposito nastro, alla macina. Vengono triturate, polpa e noccioli, e impastate. Questo impasto si scalda leggermente, grazie ad un flusso di acqua a temperatura (siamo intorno ai 35 gradi) e l’olio si separa dal resto attraverso un processo di filtrazione meccanica.


Il liquido color smeraldo affluisce ad un bacino di raccolta ed attraverso apposito rubinetto si riempiono i bidoni, le bottiglie e tutto quanto serve a trasportare il prodotto finito.
I frantoi possiedono appositi silos di stoccaggio dove permane l’olio invenduto dai produttori, olio che verrà poi smerciato dai frantoi stessi o al dettaglio, oppure all’ingrosso a ditte che opereranno una seconda lavorazione e l’imbottigliamento.


Pizzica l’olio nuovo, sembra talmente allegro da essere quasi effervescente, schiumoso, eppure il profumo è indescrivibile, il sapore unico e il potersi permettere tale privilegio – avere in casa, magari in una giara di terracotta, l’olio nuovo da usare tutto l’anno fino a nuovo raccolto – è un lusso da raccontare in questa mia via del gusto che percorre la strada dei frantoi in pieno autunno e anno dopo anno divenendo tradizione…


venerdì 9 novembre 2012

Le vie del gusto: Messina è Tischi Toschi


Per le vie del gusto Messina è proprio Tischi Toschi :
La Sicilia è una terra grande e variegata, lo si riscontra nei dialetti, diversi in ogni dove, nelle distanze, nei volti della gente, a tavola, nel modo di sentire l’identità e l’attaccamento ad un lembo di mondo, la trinacria per l'appunto, negli sguardi e nelle parole, lo si avverte perfino nella geologia: l’isola più grande del mediterraneo appartiene quasi interamente alla placca africana, tranne per la parte nord-orientale – Messina a far da faro a quella “punta” - che appartiene invece alla placca euroasiatica.
Insomma, in questo micro mondo, l’isola vulcanica e triangolare, v’è una grande varietà di modi – dal percepire al vivere - che non smette di stupire.
Palermo non è simile alle sue otto sorelle, eppure porta in sé lo stesso DNA, e vanta d’esser la più grande: guarda al mare e prega rivolta verso quella montagna, Monte Pellegrino, che accoglie all’interno del tessuto urbano, come fosse un pensiero esteso volgendo il guardo all’infinito.
Messina, più piccola e contenuta, guarda alla terra ferma e non sente la solitudine dell’essere pezzo d’isola, nella certezza d’avere Reggio a vista d’orizzonte.


Ed a Messina l’accento cade su lettere diverse, rispetto che a Palermo, dove vivo, ed i gusti – su quelli culinari in particolar modo mi soffermo - si mescolano ad altro tipo di esperienze. Vanta, la città dello stretto, una gastronomia fatta, per dirne una, di favolose granite a colazione. Non comuni granite… le migliori che il palato umano possa assaporare. Così setose da sembrar gelato e con la panna a completare, ricca e vera, montata a mano e servita con spatola e pazienza, non certo con erogatori e sbuffi che rimandano al posticcio. E le brioches sono un’arte, non omologate, sembrerebbe che ogni pasticcere vi regali il proprio tocco e il “tuppo”.


E per mangiare in modo pago, per assaporare davvero quella via del gusto che ci conduce sulla rotta di Messina, il Tischi Toschi.
Sono tradizione culinaria messinese tutte le pietanze a base di pesce, dai frutti di mare al pesce stocco, e di pesce cucinato a regola d’arte può narrare vanto il gestore del Ristorantino – piccolo, ma significativo, sono circa una trentina i coperti che rendono il luogo intimo e accogliente, l’atmosfera distesa ed informale - dal simpatico quanto evocativo nome: Tischi Toschi.


Il menu è vario e il padrone di casa, Luca Casablanca, il gestore-proprietario-chef, è un vero intenditore, un cultore del buon cibo, si capisce dall’amore che ci mette nel portare in tavola non solo qualcosa di commestibile, ma di sublime; lo si capisce, ancora, nel sorriso timido e compiaciuto, grato in modo educato e non edulcorato, che elargisce quando si trova innanzi ad un avventore in estasi (come me, ad esempio) che ha voglia di comprendere nel profondo la mescolanza di ingredienti scelti con sapienza.
Il menu è vario, dicevamo, perché variano, seguendo le stagioni, le pietanze nella loro composizione. Gli ingredienti sono freschi e reperiti seguendo l’offerta di un mercato reale, non cristallizzato in un pacco surgelato.


Quando il piatto, scelto da un menu narrato a voce, arriva in tavola, cala il silenzio – come al teatro – si alza il sipario ed entra di scena il gusto, anticipato da un afrore che pervade l’intorno. Il cibo profuma, in modo inebriate.
Questo è il principale motivo che mi spinge a scrivere in modo così parziale: non si può rimanere indifferenti al percorso sensoriale, dall’olfatto al gusto in pieno soddisfatti, che ho potuto vivere al Tischi Toschi. Ve lo consiglio di cuore, se vi trovate a passare da Messina, la "porta della Sicilia", credo sia il luogo perfetto dove fermarsi (non a mangiare) a gustare uno scorcio della mia amata terra nel piatto.


Giusto! Non desidero lasciarvi la curiosità di sapere, così vi racconto il nostro pasto nelle scelte che, sia io che il buongustaio, ringraziamo di aver fatto: le polpette di finocchietto selvatico, l’antipasto che mi ha stupito per originalità, sono ottime e con un gusto deciso che si lascia ricordare; la caponata di pesce stocco, ovvero colei che mi ha fatto comprendere cosa significa iniziare un pasto da vera regina, è stata la chicca da assaporare e la consiglio vivamente a chiunque si trovi a passare dal Tischi Toschi. I primi piatti sono stati fantastici entrambi, ma il mio in modo particolare perchè ho scelto delle tagliatelle preparate con farina di carrube, condite con sarde e “mollica atturrata”, nulla di più delizioso e “nuovo”, magico sapore che desidero quanto prima riassaporare; al buongustaio sono stati serviti dei ravioli ripieni di ricotta, il cui sughino ci ha convinti e il cui ripieno ci ha narrato quel gusto tutto siculo per un latticino così presente sulle nostre tavole. Abbiamo terminato il pasto con una nota dolce, stupisce il Gelo di agrumi, al limone il mio, nel mostrare come ricco e intenso riesce ad essere l’aroma dei limoni senza aggiunte, così, puri e assoluti; il mio buongustaio ha voluto esagerare con un parfait di mandorle che sapeva di caramellato, di goloso, di appagante. Siamo stati coccolati fino al momento di andar via, non prima però d’aver assaporato un bicchierino di liquore caldo alla liquirizia.
E con la speranza di tornare presto, vola il mio pensiero a quel localino portando con se un sentito “grazie”!


Siamo stati benissimo a Messina, accolti dal buon cibo, dal buon tempo, dalla voglia di stare tra amici e da quegli stessi amici che ci hanno offerto una cena magica e una compagnia degna dell’affetto più profondo. Non vedo l’ora di rivedervi, mie cari affetti in terra di Messina, punta nord-orientale d’una porzione di mondo triangolare